Parigi

Torno da Parigi dopo un viaggio per una volta non frenetico: essendo stata in questa città più volte, non c’era l’ansia di vedere questo o quello ma solo il piacere di passeggiare, osservare, godersi scorci e monumenti, nei momenti lasciati liberi dal lavoro.

Prime osservazioni a caldo: la città è pulita. Ovvio, siamo stati in centro, quindi nulla posso dire delle periferie, ma i quartieri che in altre città appaiono trasandati, con cassonetti ricolmi e debordanti rifiuti, qui sono ordinati, senza spazzatura. Il traffico: c’era la visita del Papa, quindi un po’ fuori standard, ma non c’erano così tante macchine. Niente del caos che trovo a Roma, delle file chilometriche che si riscontrano a Firenze, delle sovrapposizioni che ci sono a Milano.

Le persone, in metro o in autobus, non hanno fretta. Non si preparano più di tanto “in tempo per scendere”, ma camminano verso l’uscita, certi che tutti le faranno passare, che l’autista aspetterà deflusso e flusso senza spazientirsi. Gli unici ansiosi eravamo noi. NB: anche gli unici a chiacchierare tutto il tempo, gli altri erano molto più silenziosi.

I parigini sono dei veri pezzi di melma. Parlano francese, e questo deve bastare a tutti. Nessuno sconto per nessuno, nessun tentativo di venirti incontro, di dire due parole in una lingua che non sia la nativa. Ma neanche rallentano, giusto per consentirti per assonanza di capire qualcosa di più. Va beh, ce ne faremo una ragione. Ma è un po’ antipatichino.

I cani ci sono, ma sono davvero pochi, paragonati a quello che le nostre città e paesi ci hanno abituato negli ultimi anni. Per notare un’assenza, vuol dire che siamo abituati ad una presenza che a volte diventa anche ridondante. In compenso si trovano le deiezioni sui marciapiedi, perché non avendo la nostra “emergenza” anche la cultura sociale è rimasta alle basi.

La visita del Papa ha bloccato la città: fermate metro chiuse, intere linee di autobus sospese, gli Champs Elisees blindati senza far neanche attraversare la strada (se eri dal lato sbagliato… cavoli tuoi). Un dispiegamento di forze che neanche durante la partita Napoli Juventus si è mai visto (il paragone è volutamente asimmetrico, non prendetemi per pazza). La paura degli attentati è ancora molto forte, in questa parte del mondo.

Le figlie, fruitrici di Instagram e TikTok, ci hanno portato a vivere “un’experience”. Abbiamo quindi diligentemente fatto la fila per poter assaggiare il pan-au-chocolat del maestro pasticciere Cedric Grolet (rigorosamente pronunciato con la R francese): finito il cliente precedente, ci siamo accontentati del croissant (devo dire notevole).

I giardini. Ecco, sui giardini avremmo tanto da imparare. Di mercoledi pomeriggio, giornata normalissima, siamo stati ai Giardini del Lussemburgo . Premessa: sono quasi tutti giardini recintati. Con una serie di sedie a disposizione di tutti – sedie di metallo, robuste, alcune normali alcune a forma di poltrona reclinata. C’era una marea di persone, complice anche la giornata più primaverile che autunnale. Ragazzi universitari e non, che studiavano, leggevano, bevevano qualcosa. Pensionati, che si godevano il sole o dipingevano o facevano yoga. Insegnanti con i compiti da correggere. Mamme con bambini infanti. Parecchi estimatori ed estimatrici delle petanque che usavano i campi appositi per tirare questi boccioni di metallo vicino al boccino. Sempre divertente osservare l’impegno che ci mettono, io poi sono affezionata alle bocce perché mio padre ci coinvolgeva in partite lunghissime durante le vacanze al mare.

I turisti. Sempre riconoscibili, hanno adesso acquisito ulteriori caratteristiche. Seguono le mode di Instagram: quindi non solo il monumento x o la chiesa y, ma anche la pasticceria x o il negozio di scarpe z. E se sei al monumento ti devi fare la foto in un certo modo, mica che vanno bene tutte. Abbiamo assistito a cambi scarpe in diretta, per avere foto più instagrammabili. L’Opera è stata bellissima da osservare da questo punto di vista. Persone di molte nazionalità che sono arrivate già vestite da ballerina o in costumi legati a rappresentazioni teatrali per farsi la foto nel salone delle ballerine. Tutti che facevano la foto dal ballatoio, senza degnare di uno sguardo il soffitto dipinto da Chagal (e per vederlo bisognava sporgersi un pochino e guardare in su: nel quarto d’ora che ho scelto come osservazione non l’ha fatto nessuno).

Ed eccoci qua, in posa, a distanza di 13 anni (2013 – 2026)